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QUALI SONO LE CAUSE DELLA STAGNAZIONE SECOLARE?

24 Ottobre 2017 - Autore: Redazione


“Stagnazione secolare” è un termine coniato nel 1938 da Alvin Hansen, professore di economia all’Università di Harvard e consulente dei presidenti americani Franklin D. Roosevelt e Harry Truman. La sua definizione si riferiva alle opportunità di investimento derivanti, tra l’altro, dal collasso dell’immigrazione negli Stati Uniti. Quasi 80 anni più tardi, l’economista Larry Summers ha rispolverato il termine in un suo discorso al Fondo Monetario Internazionale (FMI) per illustrare uno stato in cui la crescita anemica diventa la norma e le banche centrali sono condannate a perenni politiche monetarie accomodanti per sopperire alla cronica carenza di domanda.

 

Quali sono le cause del problema? Secondo Christophe Bernard, Chief Strategist di Vontobel Asset Management, il maggiore ostacolo alla crescita dell’economia è la produttività, ossia la quantità di beni e servizi prodotti in un’ora di lavoro: “Dalla Grande Crisi Finanziaria, scoppiata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers, la produttività è avanzata a passo di lumaca. Tra il 1999 e il 2006, i guadagni di produttività ammontavano in totale al 2,9% all’anno negli Stati Uniti e all’1,9% nell’Unione Europea. Nel 2016 sono scesi rispettivamente a un magro 0,5% e 0,8%, secondo i dati dell’Istituto Conference Board”.

 

Fa ben sperare il fatto che spesso il richiamo alla stagnazione secolare si manifesta di solito una crisi profonda e precede un periodo di rilancio della produttività. Inoltre, sono passati ormai 10 anni dalla Grande Recessione: un tempo sufficiente per la ripresa dell’economia stando agli economisti

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, co-autori del libro “Otto secoli di follia finanziaria”.

 

Ma come prenderebbero i mercati una ripresa della produttività?

Secondo il Chief Strategist di Vontobel Asset Management, “un miglioramento delle prospettive di produttività permetterebbe invece alle banche centrali di normalizzare gradualmente la loro politica monetaria. Ciò non sarebbe necessariamente negativo per le azioni, a condizione che gli utili societari salgano in misura corrispondente”.




            

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